L’insostenibile leggerezza della cucina di un hotel

Tutto ciò che non è espresso a voce, si trasforma in letteratura

 

Era intento a fissarmi, con la sua solita aria divertita e leggera, quando improvvisamente vidi il mare infrangersi nei suoi luminosi occhi azzurri. Mi sembrava di riconoscere i piccoli moti ondosi che si scagliano sul molo di Trieste in una mattina di inizio estate, con la sottile brezza marina che ti scompiglia i capelli, ti avvolge e ti isola dalla realtà circostante. La percezione del tempo è puramente mentale, pensai, mentre il resto del personale in cucina si spostava velocemente, piccoli e grandi uomini ripetevano gesti divenuti quasi meccanici, le pietanze venivano infornate, rosolate e impiattate. Mentre io, senza accorgermene, stavo subendo una cottura a fuoco lento.
Ero sul menù.

Presi il mio piatto e mi servii da sola: una porzione di fusilli con sugo di pomodoro, una scaloppina di maiale con salsa al limone e per contorno dell’insalata iceberg scondita e delle carotine tagliate fini, o sarebbe meglio dire alla “julienne”, per gli habitué.
Mi misi a sedere e, dopo il “buon appetito” che avrebbe annunciato l’inizio della cena, cominciai a consumare il mio pasto, immersa nei miei pensieri e nel mio silenzio squisitamente belga.

“Asia, ma tu parli sempre così tanto?”

Mi girai di scatto verso di lui, incapace di trovare una risposta plausibile, una risposta che si adattasse facilmente al contesto nel quale ero appena stata inserita. Uno sconosciuto dall’espressione scaltra e vissuta era appena riuscito a mettermi in imbarazzo davanti a un’intera tavolata. Mi sentii con le spalle al muro, ignara del fatto che, in realtà, dovessi solo sperare che il mio muro invisibile non venisse scalfito dalle fiamme di un cuoco dal temperamento a dir poco esplosivo.

Julian. Un nome bellissimo, particolare, esotico, di quelli che non senti spesso in Italia. Se il suo nome venisse pronunciato alla francese e il mio all’inglese, si potrebbe percepire l’assonanza della “j” e della “s”, due lettere che, in superficie, non si somigliano affatto, eppure in profondità sono talmente simili a tal punto che, tutte le altre lettere comincerebbero a cospirare, affinché queste sopracitate si allontanino e continuino a percorrere due strade parallele.

 

Finita la cena, mi alzai e uscii dalla cucina attraverso la porta sul retro che conduce al parcheggio. Incominciai a riflettere su quanto le fiandre mi avessero resa più “gesloten” di sempre. Una sorta di shock culturale inverso. Non ero più abituata al cosiddetto “small talk”, o forse, non ero più abituata a persone come lui. Il suo modo di fare mi urtava terribilmente, ma al tempo stesso mi seduceva. Cercavo di tenere un’espressione seria e professionale, eppure, quando non mi vedeva, lo osservavo da lontano. Mi eccitava maledettamente vederlo affettare carni e verdure, mi trasmetteva tutta la sua virilità e sicurezza. Una volta, ho perfino desiderato di essere quel risotto che stava energicamente mescolando.

Basta. Chiudi gli occhi. Questo non è reale. Lui non lo è. E tu, al di fuori di queste mura, hai tutto da perdere.

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Eind van comfortzone

Aan de andere kant van de rivier was ik nog niet geweest. Ik kon nog geen brug zien die mij blijkbaar naar de andere wereld kon leiden.  Ik stond nog aan de grens tussen mijn comfortzone en de realiteit die rustig op mij en op andere moedige zelen wachtte. Het verschil tussen stilstand en beweging was zó klein dat je dat amper kunt merken. De blik vanaf die andere kant was niet dezelfde. Ik zou daar een buitenlandse moeten zijn. Maar óók hier, aan de bekende kant, zou ik vreemder dan ooit klinken. Ik was niet meer dezelfde. Ik praatte niet meer té veel, ik kon sommige verhoudingen niet meer begrijpen en accepteren. Wat ik aan het begin gek en onzin vond van de andere wereld werd normaler en andersom. Er was een soort strijd in mijn hoofd tussen de ene en de andere wereld. Ze konden naar elkaar niet luisteren, hoewel ze probeerden een band te creёren. De menselijke natuur is tegelijkertijd raar en interessant, zo moeilijk te doorzien en voorzien. Op het ene moment zeg je dat je naar die wereld niet meer zal terugkomen, op het andere zeg je dat je om verschillende en absoluut redelijke redenen toch wél zal terugkeren. En dat is het. Dat is de strijd waar je voor de eeuwigheid mee rekening zal moeten houden. Niemand kan jij het juiste antwoord op je vraag geven. Je zal wél van mening veranderen wanneer het slechter zal gaan. Maar je oud zelf zal in ieder geval niet meer terug, want cultuur is niet alleen aangeboren, maar ook wél aangeleerd.

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Dopo molto tempo

nach miglioreeeeeed

Dopo molto tempo non sapevo più chi fossi, ero sempre alla ricerca di qualcos’altro, sebbene fosse impossibile determinare di che cosa esattamente, avevo l’impressione di non conoscere la giusta via, tanto che persino le stelle erano oscurate dalla confusione, però in realtà mi piaceva. Scoprii che la via di casa era più vicina di quanto immaginassi.

 

 

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Lui era uno, nessuno e centomila. Parte 1

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Sentivo il mio cuore pulsare sulla colonna a cui mi ero appoggiata. Non riuscivo a fermarlo, più gli imploravo di rallentare, più sembrava perdere il controllo. Mi aggrappai alla colonna, la superficie era fresca, liscia e mi ricordai di quando a dieci anni, dopo la lezione di nuoto, andavo a farmi la doccia. <<Tieni le ciabatte ai piedi, altrimenti ti prendi i funghi>>, ma come al solito facevo di testa mia, mi toglievo le ciabatte e con il palmo del piede sentivo la superficie delle piastrelle, liscia, piacevole. Non pensare alle conseguenze doveva essere un vizio, qualcosa che risiedeva nel DNA, non ci si può opporre. Presi il telefono e cominciai ad ascoltare musica per distrarmi.

Erano le 15:27. Non riuscivo a concentrarmi sulla musica, mi sembrava come di non capire il testo, di non capire effettivamente più niente. La vita, al di là dei miei portici di Piazza Unità, scorreva tranquilla, nella beata condizione di mediocrità che permette alle persone di strappare i giorni del calendario, uno dopo l’altro. Davvero, non credo che quella signora con le buste della spesa, sullo sfondo, potesse avvertire nell’arco della giornata la mia stessa scarica di adrenalina. 15:28.

Il tempo si era cristallizzato, quelli che erano secondi, li percepivo come entità temporali astratte che fluttuavano in uno spazio indefinito. Il caldo, le lancette dell’orologio che non ho mai avuto e lo sfondo si stavano mescolando e confondendo, portandomi a quella sensazione di svenimento. Eppure, accasciarsi al suolo sarebbe stata la soluzione più facile. Codarda. Affronta te stessa. 15:29. Dopo la fase acuta cardiaca, subentrò quella calma apparente tipica di chi in realtà vorrebbe collassare ma sta aspettando. Aspetta. Sì, sono mesi che aspetto di capirci qualcosa. 15:30. E’ ufficialmente in ritardo. Il vuoto, non mi ricordo. 15:32. Con la coda dell’occhio, mentre continuo ad ascoltare musica su youtube, lo vedo accanto alla prima colonna. 3 secondi, per favore dammi 3 secondi per prendere il mio cuore, riposizionarlo serrato nel petto e camminare verso di te come se nulla fosse. Ero talmente vulnerabile da sentire le mie gambe procedere da sole, un gesto automatico, deciso.

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L’Aia. Den Haag

den haag

Nederland wordt door het water geregeerd. Dat kun je wel merken, als je naartoe gaat. Op het water hebben de Nederlanders eigenlijk alles  gebouwd: constructies, civilisatie, dromen. Toen ik in den Haag was begreep ik dat we helemaal niets weten over de wereld. Ons leven beperkt zich altijd tot de grenzen van onze eigen percepties, hoewel er toch duisend van meningen bestaan. De Nederlanders houden van fietsen, terwijl ik nauwelijks kan fietsen. Ze eten om te kunnen overleven, terwijl ik overleef om te kunnen eten. Ze bezetten een helemaal andere manier van leven, ze genieten van dingetjes die voor mij geen betekenis hebben en andersom.

Maar toch op een bepaald moment kon ik me echt thuis voelen. Als je met een andere cultuur kunt communiceren, dan wordt alles gemakkelijker. Je krijgt niet alleen een andere visie op de werkelijkheid, maar ook een nieuwe kleurrijke identiteit.

 

I Paesi Bassi sono governati dall’acqua. Basta andarci per potersene accorgere. Sull’acqua, gli olandesi hanno costruito praticamente tutto: edifici, civilizzazione, sogni. Dopo essermi recata all’Aia, mi resi conto di come in realtà non sappiamo nulla del mondo. La nostra vita viene delimitata dalle nostre percezioni, nonostante esistano migliaia di opinioni diverse. Gli olandesi amano andare in bicicletta, mentre io so a malapena andarci. Mangiano per sopravvivere, mentre io sopravvivo per mangiare. Vivono in un modo completamente diverso, si godono cose che per me sono insignificanti e viceversa.

Eppure per un istante mi sono sentita a casa. Comunicare con un’altra cultura rende le cose molto più semplici. Non si tratta solamente di ricevere una nuova visione della realtà, bensì anche una nuova e variopinta identità.

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Trieste. Il pleut des cordes

viale

Fra non era mai in orario. Mai. Se c’è una cosa che non sopporto, sono proprio le persone in perenne ritardo, che ne hanno sempre una con cui giustificarsi, elencano una serie di sfortunati eventi per farti capire che non è colpa loro, è il fato. Mentre tu sei lì, in viale (per chi non conosce Trieste, il viale sta per Viale XX Settembre, una strada alberata piena di gelaterie, bar, locali, che si anima durante le serate del mercoledì universitario) che aspetti, pentendoti di non essere uscita di casa quella mezz’ora dopo, che ti avrebbe permesso di riprenderti un attimo, dopo il tuo Cours première année Français pour débutants alla SSLMIT(no, non vi fornirò una definizione della sslmit, è meglio non saperlo, credetemi).

Fra arriva, ce la fa. Mi abbraccia e, con quella sua cadenza sarda e quella tipica post-posizione del verbo a fine frase, inizia a raccontarmi la sua giornata. Solite vicissitudini, vita difficile, vita universitaria. A un certo punto mi guarda ed esordisce con : <<ci prendiamo due shot e poi mi racconti, voglio sapere tutto>>.

Cosa c’era effettivamente da sapere? Che vivevo la mia vita sulla base di utopie che, con molta creatività formavo e distruggevo? Che mi ero praticamente bevuta il cervello, avevo puntato tutto sulla casella rossa sbagliata, sul numero sbagliato, di una roulette russa la cui magica sfera non si sarebbe mai posata lì, dove io avevo puntato tutto. Avevo puntato la mia intera esistenza su quella casella, un riquadro ben definito da convinzioni, supposizioni, informazioni grossolane e non esemplificative, leggi: inesistenti, fondate sull’amor proprio che qualcosa del genere potesse effettivamente esistere.

Voleva che le raccontassi nel dettaglio, ancora e ancora, di quanto la follia umana potesse essere reale, di quanto io avessi scoperto un lato di me completamente incosciente, un mondo a parte. Fra rimaneva lì, sognante, ad immaginarsi come sarebbe stato. Era il testimone oculare di un film emozionante, toccante, che ti scuote l’anima, che, sicuramente, non ti lascia indifferente.

Prima del Ponte Rosso, c’è una fontana. Eravamo sedute su una delle panchine di pietra circostanti, il cielo appariva sereno, una leggera brezza di mare ci scompigliava i capelli, regalandoci un attimo di pace, era primavera dopotutto.

<<Ti immagini Fra, se quel giorno si mette a piovere, così all’improvviso?>>

<<Ma dai, a luglio, ci sarà il sole, non preoccuparti>>

Stavamo ancora parlando, quando la brezza si trasformò in un vortice impetuoso, il cielo cominciò a tuonare all’improvviso, la pioggia divenne scrosciante e costante, costringendoci, mentre stavamo ancora ridendo, a tornare a casa. Correvo, avevo scarpe, jeans e giaccia inzuppati. Erano le due del mattino, accesi lo scaldabagno, chiudevo gli occhi, mentre le onde nella vasca mi cullavano, quasi volessero farmi addormentare. Avevo sfidato ogni legge. La tempesta era solo l’antipasto.

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Il mio Brasile. Parte 1

Sao-Paulo-7

Goiabada. Guaraná. Guarujá.  

Potete, in qualsiasi momento, ricorrere a un dizionario e capire il significato di qualsiasi parola. Fidatevi, un mese dopo non vi ricorderete neanche cosa avevate cercato. Potete imparare migliaia di vocaboli, ma vi resteranno solo quelli che avete effettivamente vissuto, fatto vostri.

La seconda volta che andai in Brasile, ero da sola, con uno scalo a Zurigo (con naturalmente mio padre che pretendeva rispondessi al telefono mentre cercavo a 16 anni di spostarmi da un terminal all’altro alla ricerca del mio volo intercontinentale). Viaggiavo in economy, schiacciata a destra e a sinistra nella fila centrale (vi assicuro che per tornare in Brasile, viaggerei anche nella stiva con i bagagli e i cani). Sulla destra, un vecchio Svizzero simpatico come il colera, sulla sinistra um casal brasileiro.

Ovviamente, quella settimana al mese aveva deciso di cominciare sul mio volo di 11 ore, facendomi gustare al massimo il viaggio, leggi: non ho chiuso occhio, ho visto 3495 film noiosissimi e datati ante-guerra e il buscofen potevo solo che sognarmelo.

Sbarcata in stati comatosi all’aeroporto di Guarulhos, la policia federal, insospettita dal fatto che una sedicenne si attraversasse l’Oceano Atlantico da sola, decise di trattenermi un po’ di più, giusto così per prolungare l’agonia. Mi lasciarono andare, trovai all’uscita la mia amica Julia e la sua famiglia, la mia seconda famiglia.

Le strade di São Paulo sono talmente grandi che ti senti insignificante, un puntino microscopico nell’universo: otto corsie, macchine che sfrecciano a velocità inaudita, motoristas pronti a rubare macchine fotografiche ai turisti che si sporgono dal finestrino. Aqui em São Paulo, as janelas têm que ficar fechadas (Qui a San Paolo, i finestrini devono restare chiusi).

L’acqua della doccia scorreva in senso antiorario, d’altronde, ci troviamo nell’emisfero australe, what did you expect? Ma la cosa migliore, era il suo sapore pluviale, era come sentire l’Amazzonia scorrere sulla pelle. Acqua, elemento basico e puro che ti riporta all’esistenza primordiale, non c’è da sorprendersi che il Brasile sia un paese piuttosto mistico e spirituale. Qui persino la quotidianità assume una tonalità diversa, più profonda. Le persone espongono la loro anima, la loro natura, alla luce del sole.

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